GLI IPERTESTI DELLA CITTA’… E QUELLI DI CARLO INFANTE

“Quinto Stato” ©Adriano Infante_In cammino sulla pista del primo aeroporto d’Italia_Centocelle_Photo Courtesy by Urban Experience

DAI #PAESAGGIUMANI ALL’AGENDA ONU 2030, LE ESPLORAZIONI URBANE DI UN PIONIERE DELLE CULTURE DIGITALI, SPECIALISTA IN ZONE DI TRANSIZIONE

Era il 1986 quando dal mondo Apple arrivava Hypercard, tra i primi Software di programmazione in grado di creare ipertesti, vale a dire un insieme di unità informative anche eterogenee (testo, immagini, suoni, video), connesse tra loro da una rete di parole chiave che ne costituiscono i nodi: un sistema ipermediale (termine più appropriato che multimediale), in cui basterà cliccare sui diversi link per attivare i molteplici contenuti. Sarà così possibile dar luogo a percorsi di lettura assolutamente personalizzati in base a finalità, capacità di ricerca e alla curiosità di ognuno.  Oggi tutto questo sembra banale ma all’epoca per intercettarne il potenziale e “iniziare a giocarci”, servivano due antenne sensibili come quelle del changemaker, Carlo Infante, che solo un anno dopo (1987), intitolerà un’ edizione del suo Festival di Videoteatro e Performing Media “La Scena Interattiva”. Ma chi è Carlo Infante e perchè oggi scelgo di parlare di lui in questo spazio ipertestuale che è Living for the City Blog, Storie dalla Città Contemporanea.

Usando la comunicazione per intervenire sul mondo, Carlo muove dalle avanguardie politiche e poetiche: ex-giornalista per Lotta Continua, si era impegnato prima nel teatro politico militante sulla scia di agitprop – Agitazione e Propaganda – termine che deriva dalla rivoluzione russa di Majakovskij – per indicare una forma di teatro didattico (poi esteso anche ad altri linguaggi artistici in Europa) con lo scopo di stimolare ed “istruire” il pubblico per lo più analfabeta agli ideali rivoluzionari: “Già allora – racconta Carlo – con il Collettivo Majakovskij usavamo visioni molto multimediali se vogliamo, attraverso proiezioni e giochi di ombre che si muovevano come marionette e i nostri spettacoli sperimentali hanno girato i teatri di tutta Italia dalla Sardegna a Trieste, dove siamo arrivati nel momento in cui l’Ospedale Psichiatrico diretto da Franco Basaglia si apriva alla città. Poi, tra fine la fine degli anni 70 e l’inizio degli anni 80 è arrivata la radiofonia su RadioTreRai e lì, ho continuato ad impegnarmi in una sorta di diario sonoro, un blog-podcast antelitteram”. Un percorso esplorativo quello di Carlo Infante, sempre proteso in avanti che gli ha permesso di anticipare il pensiero digitale, facendosi interprete e dinamizzatore dell’innovazione, changemaker appunto, andando a creare quelle condizioni abilitanti affinchè  ciascuno potesse apprendere la materia e il linguaggio di Performing Media, tanto nelle Università quanto nelle esplorazioni psicogeografiche dei walkabout di Urban Experience, format che avvia a Roma nel 2008. I suoi progetti esplorativi vogliono reinventare lo spazio pubblico tra web e territorio e le nostre relazioni in queste zone di transizione, tra tecnologie digitali e processi cognitivi attraverso i luoghi della città attivati diversamente dallo sguardo di ciascuno (come in un ipertesto appunto): smartphone in tasca, cuffie alle orecchie per radio in streaming e podcast geolocalizzati, in giro per conversazioni radionomadi.

La città è un ipertesto: “Piena di segni, d’incontri improvvisi e casuali che possono cambiare la nostra percezione, simultaneamente – continua Carlo – un’opportunità continua di predisporci all’intelligenza combinatoria, non più schematica ma connettiva, condivisa, come avviene tra sciami d’ api. E in questo il digitale ci aiuta moltissimo. Detto ciò dobbiamo associare il corpo, la nostra palestra di resilienza urbana, sottrarlo agli automatismi del web con l’atto fisico del camminare, pur con le con le nostre estensioni digitali con cui impariamo a giocare per non esserne giocati”. Ma entriamo nel vivo delle Urban Experience con progetti come #PaesaggiUmani per Contemporaneamente Roma, apripista in quanto a ipertesti, che ci aspetta dal 7 al 14 marzo 2021, con sapide destinazioni: “Il presupposto – ci spiega Carlo – è che i paesaggi oltre le forme architettoniche, hanno un volto espresso dalla stratificazione antropica di chi ha vissuto i territori. Interrogheremo i luoghi per capire come le storie di alcune persone si siano andate ad iscrivere nella geografia, trasformando la città stessa: chiederemo all’Acquedotto Felice la storia di Don Roberto Sardelli. Educatore. Maestro di Strada che tra i baraccati di Tor Fiscale si è fatto portatore di un metodo pedagogico importantissimo, utilizzando il giornale del giorno come strumento per far lezione su qualsiasi cosa”. E in questo rapporto mai preordinato con l’informazione, Carlo Infante si rispecchia, tanto da riconoscervi le radici del suo metodo, l’apprendimento dappertutto: “Dedicheremo un focus anche a Renato Nicolini, che con l’ideazione dell’Estate Romana ha trasformato il rapporto dei cittadini con la città meglio di qualsiasi operazione urbanistica. Lui ha colto in pieno le intuizioni delle avanguardie usandole come grimaldello per aprire la città blindata degli anni di piombo, una città chiusa non solo per la coercizione poliziesca. E’ che le persone avevano paura, si trinceravano. Un po’ come avviene oggi con la pandemia, tiriamo fuori tutti i nostri scudi”.

Già nel  1997 Carlo Infante è autore di Educare on Line per Edizioni NetBooks, nel 2000 Bollati Boringhieri farà uscire il suo nuovo libro “Imparare Giocando” un po’ un manifesto dell’approccio ludico imprescindibile che caratterizza tutte le esperienze professionali e non, di questo pioniere che ci cammina di fianco: “L’innovazione è la messa in forma dell’incognito, spostandosi sempre in avanti ci allena all’incertezza,  una palestra”. Nel 2006 invece, sarà la volta di “Performing Media. La nuova spettacolarità della comunicazione interattiva e mobile” con Edizioni Novecento Gec: Performing Media non è altro che un altro modo di usare la comunicazione per fare politica e intervenire sul mondo, è sia un linguaggio che un’attitudine convergente – spiega Carlo – la radiofonia è performing media, le mappe on line interattive sono Performing Media. Il performing media entra anche nell’arte, nel teatro che non dimentichiamoci è stata tra le prime forme di scuola attraverso la mimesi del gesto associato alla parola, attivando i neuroni specchio. Media e corpo. Noi dobbiamo pensare che ogni 18 mesi i sistemi digitali raddoppiano le proprie potenzialità (come afferma la Legge di Moore, inventore del processore INTEL) diventano sempre più piccoli, più sensibili, più performanti. E noi? Ogni 18 mesi rinegoziamo il nostro potenziale?”

E’ sulla base di tutti questi sentieri  interconnessi e parole chiave (link) che Carlo traspone i 17 obbiettivi della Agenda Onu 2030 per la Sostenibilità in altrettanti percorsi a piedi tematizzati, si tratta di #SoftScience (nome con cui sovente si indicano le Scienze Sociali), progetto che raccoglie passeggiate erranti in luoghi pertinenti dove la ricerca scientifica e i suoi testimoni più autorevoli diventano materia viva, facendo sì che le persone impattino fisicamente con il tema di riferimento. Tra le destinazioni della prima edizione il Centro di Ricerca ENEA Ente Nuove Tecnologie Energie e Ambiente per muoversi all’interno del concetto di Smart Communities, e ancora all’ex Consultorio autogestito di S. Lorenzo per confrontarsi sulle esperienze apripista dell’autodeterminazione femminile in uno dei primi consultori femminili autogestiti, a Tor Carbone invece presso la Cava Fabretti per esplorare la biodiversità in un luogo in cui la natura ha riconquistato lo spazio negato da una cava di sanpietrini, all’Ex Garage di Via Prenestina presso la Casa delle Associazioni per parlare di lavoro e arriviamo in zona Flaminio dove l’emergenza climatica diventa tragitto del walkabout con Hearth Platform (Earth, Art, Heart) e RUS (Rete delle Università per lo sviluppo sostenibile).

 Photo Courtesy By Urban Experience

Carlo Infante è egli stesso un ipertesto, vulcanico, fluviale, conversare con lui vuol dire navigare il flusso di una storia che si snoda tra parole dense di significato e luoghi pregni di vita, volerlo definire professionalmente con un solo appellativo risulterebbe riduttivo ma ho trovato nel verbo di Gilles Clement, il più grande paesaggista francese, parole che ci rimandano a lui in maniera forse più esaustiva (dal libro “Piccola Pedagogia dell’Erba” a cura di Louisa Jones): “La specialità degli specialisti è rimanere confinati nei limiti che gli vengono imposti. Ma come trovare una risposta ad una domanda non circoscritta all’una o all’altra specialità ma a cavallo tra l’una e l’altra? Esistono Scienziati specialisti nelle zone di transizione?.

La risposta è sì caro Gilles Clement, si chiamano changemaker e direi che ve ne ho appena presentato uno!

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