Breve excursus nel pedopaesaggio italiano: quanta vita ci costa consumare il suolo?

Ce lo hanno insegnato alle elementari che in Italia abbiamo 21 regioni, a fronte di quante pedoregioni? Ne avete mai sentito parlare? Prima di cimentarmi in questo viaggio ne ignoravo anche io il significato, poi un esperto mi ha aiutato a guardare al nostro paese dal punto di vista del suolo, “questo sconosciuto” che si interpone tra noi e il teatro stabile della gran parte delle relazioni vitali della biosfera, con funzioni che salvaguardano la nostra stessa esistenza. Ci pensiamo mai?

Il suolo è un immenso magazziniere: stocca, filtra e trasforma acqua, elementi nutritivi, carbonio. Regola i fenomeni idrogeologici, la fertilità del terreno, i mutamenti climatici e preserva la tanto osannata biodiversità. Così, tornando al mio quesito iniziale, vi introduco un concetto piuttosto insolito per i non addetti ai lavori che è quello di pedopaesaggio, potremmo dire “un paesaggio di cui si sono capiti anche i suoli che lo sostengono” e in quest’ambito ci facciamo accompagnare dall’ Ing. Michele Munafò, Responsabile del VI Rapporto “Consumo di Suolo, dinamiche territoriali e servizi ecosistemicifirmato ISPRA, Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale: “In Italia abbiamo 10 regioni pedologiche che circoscrivono paesaggi determinati da combinazioni uniche e dinamiche di elementi ambientali, geomorfologici, orografici e climatici in cui si sono formati suoli diversi, che, proprio per le specifiche peculiarità possono essere più o meno attrattivi in termini di consumo. Su queste regioni e sul loro aspetto l’attività umana ha storicamente un’influenza fortissima e viceversa: un suolo si può utilizzare senza fargli perdere le sue funzioni, oppure lo si può consumare impermeabilizzandolo”.

Impermeabilizzare un suolo vuol dire coprirlo in maniera artificiale e permanente (con strade, edifici) facendogli perdere così tutte le funzioni fondamentali alla vita di cui sopra e causandone un degrado spesso irreversibile. In qualità di risorsa non rinnovabile, consumarlo vuol dire proprio esaurirlo pagando caro il costo ambientale delle funzioni ecosistemiche perdute, che in termini economici (quelli che forse più ci aguzzano le antenne) in Italia è pari a 3 miliardi di euro l’anno. L’ISPRA li definisce costi nascosti, che non vengono contabilizzati nei bilanci comunali e che invece incidono drasticamente in un paese come il nostro che vede asfaltare 2 metri quadrati di suolo al secondo e tra le città italiane Roma ha registrato nel 2020 un mortificante primato, seguita sul podio da Cagliari e Catania.

Una cementificazione che risulterebbe slegata da esigenze demografiche o abitative, tenendo conto che disponiamo di 7 milioni di case vuote in un paese con tasso di nascite ai minimi storici dai tempi dell’Unità nazionale.

E della serie, piove sul bagnato, le trasformazioni più impattanti del paesaggio lungo il nostro stivale si concentrano sui medesimi terreni: “Gli stessi fattori che rendono un suolo inadatto allo sfruttamento del suolo per l’agricoltura intensiva sono d’ostacolo anche all’edilizia – ci spiega l’ Ing. Munafò – ecco dunque che pianure, fondivalle e la nostra lunghissima linea di costa (già cementificata per un quarto di tutta la superficie) diventano oggetto di competizione per tutte quelle attività che necessitano di poca pendenza, accessibilità, vicinanza al mare, mentre di contro ci sono intere aree collinari e montuose che sono state progressivamente abbandonate. Oggi più che mai dobbiamo facciamo i conti con la frammentazione del paesaggio, con superfici destinate ad area naturale che vengono parcellizzate compromettendone valenza ecologica e sostegno alla biodiversità, funzioni che dipendono anche da come le stesse aree sono distribuite. A questo aggiungiamo la dispersione insediativa: dagli apici dell’intensità abitativa nella città urbanizzata, dove oggi c’è il maggior interesse a costruire (zone già servite, collegate) alla cosiddetta città diffusa che nel corso della storia ha portato, per via di un mancato governo del territorio, ad insediamenti casuali a bassa intensità abitativa, capannoni sparsi, aree residenziali, aree agricole, in un patchwork di elementi che poi vanno collegati, e come? Con le infrastrutture, preziose perchè ci permettono di spostarci certo, ma a che prezzo?”.

L’Ing. Munafò, mi spiega che oggi a guidare le trasformazioni territoriali è ancora il sistema della rendita, esiste una quantità di aree nei vecchi piani urbanistici ancora in essere che vantano diritti edificatori: “E’ un’eredità che non serve più, dal punto di vista ambientale come ISPRA riteniamo che ridurre il consumo di suolo voglia dire smettere di gettare asfalto o cemento, non solo cancellare un disegno su una carta, eliminiamo le previsioni edificatorie o collochiamole in luoghi già consumati. Riportiamo la popolazione a vivere nei centri storici, ricollochiamo le nostre esigenze nelle case disabitate. Incentiviamo il più possibile le imprese edilizie ad intervenire sul costruito”.

Sull’accezione “Consumo di Suolo” non esiste a livello nazionale un’interpretazione univoca, dunque nemmeno una legislazione italiana che governi il processo in maniera definitiva ed omogenea di fronte alle grandi sfide Europee verso la sostenibilità che mirano all’azzeramento del consumo di suolo entro il 2050. Per tutelare il suolo e le sue funzioni, la Commissione Europea detta già dal 2012 tre priorità: “Limitarne all’indispensabile il consumo – ci illustra l’Ing. Munafò –  poi, accertata la necessità perentoria di un’opera, occorre mitigare, realizzarla quindi nella maniera meno impattante possibile (parcheggi con superfici drenanti, tetti verdi) e arriviamo al PIANO C, la compensazione, processo attraverso il quale l’amministrazione pubblica (ad oggi priva spesso di capacità economica per finanziare trasformazioni territoriali) concede al privato l’autorizzazione a costruire purchè venga garantita “in compenso” la rigenerazione ambientale di talune aree della città al fine di migliorarne qualità e servizi. Un processo delicato all’interno del più ampio tema della rigenerazione urbana, che se non ben governato può peggiorare la situazione perché la moneta di scambio resta sempre il suolo – conclude l’Ing. Munafò – Servirebbe un vero bilancio ecologico che aumenti nei fatti la capacità del territorio di espletare le funzioni ecosistemiche”.

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