PROXIMITIES

Mapping Experience_performing Archive_ Patrick Düblin in collaborazione con Stalker

Photo Credits: @Davide Palmieri

A VILLA MARAINI IL PONTE TRA SCIENZA E ARTE E’ UN ORDITO DI RISONANZE APERTO ALLA CITTA

Si conclude nel segno delle relazioni di “prossimità” l’annuale programma di residenza interdisciplinare dell’Istituto Svizzero di Roma

A partire da Venezia con la Pro Helvetia, passando per le sedi dell’Istituto Svizzero di Milano e Roma e giungendo sino al Mediterraneo con Palermo, la prossimità geografica e culturale di questo paese a lingua altresì italiana che è la Svizzera, attraversa l’Italia da Nord a Sud, influenzando lo scambio culturale ed accademico anche attraverso borse di studio per attività di ricerca e opportunità dedicate a scienziati ed artisti. E’ il caso di Roma Calling, la cui ultima edizione si porta dietro il lascito prezioso di “Proximities” a cura di Ilaria Conti, titolo riconducibile allo stato extra-ordinario della pandemia per un evento ispirato dalle riflessioni della filosofa femminista Donna Haraway nel suo libro “Staying with the trouble”: è possibile generare intimità a prescindere dalla vicinanza fisica?

La risposta dei residenti in una due giorni concepita all’insegna delle prossimità, termine che la lingua italiana non pluralizza e che presuppone molteplici aperture: a partire dai cancelli della sede romana dell’Istituto Svizzero, con i modi dell’arte contemporanea, viene svelato ad un pubblico di non specialisti, il fitto rizoma di relazioni possibili tra un’infrastruttura accademica e la sua città, tra i borsisti di diverso background e provenienza geografica ulteriormente “avvicinati” da un virus improbabile, nell’intimità di una location tanto centrale e prestigiosa, quanto apparentemente distante dalla “Roma quotidiana”.

E ancora, sotto la lente d’ingrandimento, le relazioni tra le diverse ricerche, le aperture di ciascuno scienziato o artista che lascia la zona di comfort delle proprie pratiche creative e campi di indagine per relazionarsi a quelle degli altri: “Sono stata invitata come curatrice esterna dalla Direttrice dell’Istituto Svizzero e questo è già di per sé un’apertura assolutamente non scontata e mi sono trovata di fronte ad un gruppo eterogeneo di artisti e ricercatori che da perfetti sconosciuti la pandemia ha reso comunità coesa e affiatata e anche questo non è scontato racconta Ilaria Conti che è riuscita, con un approccio microarticolato, a far convergere le esperienze dei residenti in un unicum performativo che sradica e sovverte le gerarchie di saperi classici propri del sistema dell’arte contemporanea – Tutti desideravano lavorare insieme. Si sono impollinati a vicenda costruendo relazioni nelle intersezioni tra una pratica e l’altra e cercando nuove relazioni con pubblici diversi di non specialisti, o anche pubblici immaginari e dunque distanti fino al momento della loro presenza nei giorni dell’evento. Proximities nasce dalle riflessioni con i borsisti di questa edizione di Roma Calling e forse nulla come il processo stesso di ricerca, da cui ci si aspetterebbe una linearità scientifica, diviene emblema di percorsi altri, curvilenei: man mano che ci si avvina al proprio soggetto di ricerca ecco che un elemento della ricerca ci prende e ci porta da un’altra parte”. 

E così durante Proximities, la collina di Villa Maraini, da 2000 anni area di privilegio, di horti romani e di giardini, d’acqua, fontane e giochi di zampilli, come narrano le mappe realizzate ad hoc dall’archeologa borsista Ginny Wheeler, si è trasformato in un enorme paesaggio sonoro collaborativo in cui scegliere il proprio percorso esplorativo: tra workshop, installazioni, video performance, esposizioni, concerti, atelier di retorica, Dj set e accadimenti tanto effimeri quanto coinvolgenti e consonanti.

Apertura e generosità, sono sicuramente le chiavi di questo evento conclusivo di residenza e la scelta di curatori italiani è per noi fondamentale, a Roma come a Milano, proprio perché ci collegano alla scena e alle opportunità locali – spiega Joëlle Comé, attuale Direttrice dell’Istituto Svizzero – promettiamo ai borsisti di fare un tuffo nella cultura e nella vita di questo paese avendo modo di intrecciare relazioni, trarre opportunità dalle reti. Diventa allora necessario che ad un certo punto la discussione non avvenga più con noi ma con qualcuno del posto. Lavorare con una curatrice esterna diventa un’occasione. Il fatto stesso che questo evento, come molti altri, sia aperto all’esterno è qualcosa di fortemente voluto – continua – Siamo un Istituto culturale con un programma di appuntamenti pubblico e qui a Roma, consapevoli del privilegio di essere in una location meravigliosa come Villa Maraini, vogliamo aprirci al massimo alla città, offrire ai suoi abitanti delle occasioni di piacevole intrattenimento in questi giardini,  di scoperta, di cultura, di condivisione di temi rilevanti per il mondo della contemporaneità. Le nostre collaborazioni con il Teatro di Roma, il Macro, il Mattatoio e diverse istituzioni culturali della capitale vanno in questa direzione perché è una nostra precisa volontà lavorare in sinergia con la città”.

Ulteriore filo d’oro nella trama di Proximities sono stati i femminismi, anzi piuttosto le possibilità femministe: dal rapporto tra femminismo e comunismo, richiamati nella talk della Prof.sa Leopoldina Fortunati, moderata dal borsista Victor Strazzeri (postdoctoral in storia), al tema del corpo Queer, delle questioni e dei diritti LGBTQ+, temi molto presenti all’interno dell’Istituto che integrandosi a performance simmetriche di ospiti esterni, hanno generato risonanze assolutamente significative. Vanno in questa direzione i canti e i racconti di cent’anni di lotte per il lavoro e i diritti delle donne che hanno fatto breccia a Villa Maraini attraverso CORA, voci femminili dalla tradizione, diretto da Francesca Ferri: “Realtà come Cora hanno portato all’interno dell’Ist.to Svizzero la storia delle nostre contadine, delle nostre bisnonne mondine e lavoratrici di bachi da seta – continua Ilaria Conti   questo  permette di stabile punti di provenienza, passaggi, attenzione alla storia che si riflette poi nel lavoro degli artisti”. Tra i rimandi sonori il DJ Set di Dafne Boggeri, cofondatrice di TOMBOYS DON’T CRY, collettivo artistico Queer di ragazze di qualsiasi genere e creature non binarie con base a Milano che promuovono avventure post identitarie dentro e fuori il perimetro dei Club”. 

Le sonorizzazioni come canali  per far passare saperi nell’intimità della presenza fisica, in percorsi  che si snodano tra video a due canali come quello del fotografo Hayahisa Tomiyasu che spiega così il suo 10” Zurich / 10” Rome: “Mentre il Covid-19 sconfinava lentamente dalla Cina verso l’Asia e l’Europa, l’anno scorso, ne seguivamo gli sviluppi attraverso la stampa. La tensione che respiravamo allora mi dava la sensazione di non poter prevedere cosa sarebbe accaduto da lì a pochi secondi. Da quel momento in poi, ogni volta che i miei occhi afferravano un qualche numero nello spazio pubblico, mi mettevo istintivamente a fare il conto alla rovescia. Mi è successo una volta e non sono più riuscito a smettere. Ho iniziato allora a raccogliere quanti più numeri possibili nello spazio pubblico”.

Attraverso le sequenze video di “Mantras for A Club” di PRICE si è permesso al pubblico di  esplorare, in uno scenario sonoro e spaziale “manipolato” ad hoc, il proprio stato di esposizione e testare piattezza, artificialità e affezione, mentre con “Daisies Cloud Passing” la curatrice e critica d’arte Geraldine Tedder ci svela attraverso immagini poetiche ed astratte, come l’alterazione del nostro senso di sé sia parallela alla nostra percezione di spazio e tempo. Tutto questo tra diverse installazioni afferenti la pratica del collage, della costruzione attraverso frammenti, dell’ibridazione come “Vogliamo Tutto” di Roxane Bovet (curatrice, autrice, editrice) e Yoan Mudry (che mette in discussione dei meccanismi di circolazione di immagini e informazioni nel mondo contemporaneo) per giungere a “Da Metanopoli all’Africa” di Giulia Scotto (architetta e urbanista), una sessione di “gioco dell’oca” con cui raccontare l’espansione dell’impero petrolifero di Eni dalla pianura padana alla Tanzania.  Ed in questi filamenti elastici di rimandi spazio temporali, l’architetto Patrick Dublin rivalorizza 30 anni di storia del collettivo Stalker/Osservatorio nomade, noto alla città di Roma per coniugare in un’unica modalità di intervento la pratica artistica e l’osservazione dello spazio urbano, riportando parte del loro archivio cartografico per sessioni di “studio live” all’interno di Villa Maraini in cui anni prima lo stesso archivio era stato assemblato. E dai tracciati di vuoti urbani e sociali su mappe srotolate a viaggi lungo la cultura del manoscritto con i workshop di Aurora Panzica, storica della filosofia medioevale per approdare ad atelier di retorica con la filologa Alessandra Rolle.

Queste ed altre relazioni vengono poi assemblate in un libro altrettanto corale e su misura “Proximities” appunto, le cui pagine sono scelte a piacimento da ogni persona del pubblico tra una serie di contributi offerti dai residenti, per poi essere letteralmente cucite insieme da “qualcun altro che lo fa per te”: un nuovo scambio, un’altra relazione.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato.